Diritto di Vivere. Dovere di Morire #milapersiste

di Mila Mercadante #milapersiste twitter@gaiaitaliacom #

 

Ovviamente non taglieremo [le spese per] i malati di Alzheimer mandandoli a morire da soli su una collina. Mai useremo la coercizione per far morire anziani e malati. Ma è difficile pensare seriamente di ridurre la spesa sanitaria se le persone e le loro famiglie non cominciano ad affrontare la morte e i loro doveri verso i viventi” David Brooks, New York Times, luglio 2011. https://www.nytimes.com/2011/07/15/opinion/15brooks.html

 

Il caso Noa – uno tra i tanti – sembra essere risolto: la sfortunata ragazza olandese ha scelto liberamente di morire. Hanno detto che non si può parlare di eutanasia (non le è stata concessa) e neanche di suicidio assistito. L’Associazione Medica Olandese ha spiegato che si tratta di “un caso di diritto del paziente a rifiutare le cure” e che è stato rispettato il principio di autodeterminazione di ogni malato. Quindi la vicenda non sarebbe più politica, non attenendo alla sfera del sociale bensì a quella – insondabile e insindacabile – della soggettività. E’ impossibile essere d’accordo con queste conclusioni per due ragioni: la prima è che malgrado gli sforzi fatti per negare l’evidenza siamo proprio di fronte a un suicidio assistito, la seconda ragione è che il suicidio di Noa non ha niente a che fare con la libera scelta perché lei era depressa.

Nella privatezza della sua casa Noa è stata accompagnata da personale medico verso la morte, le modalità dell’assistenza sono a noi sconosciute. Sappiamo ciò che lei stessa ha raccontato pubblicamente, vale a dire che avrebbe smesso di bere e di mangiare e che entro dieci giorni sarebbe morta. Non vi è niente di eccezionale nell’annunciare il proprio suicidio prima di attuarlo ma è davvero raro che un aspirante suicida scelga di farla finita smettendo di bere e di mangiare. Questa è una modalità tipica del suicidio assistito di Stato. Secondo la legge che regola eutanasia e suicidio assistito, alimentazione e idratazione artificiali sono considerate terapie, eppure fame e sete sono bisogni fisiologici normalissimi. Perché nutrire e idratare artificialmente un paziente rientra nel novero delle cure mediche? Perché è l’unico modo per giustificare eticamente l’eutanasia nei casi in cui non ci si trovi di fronte a un malato terminale bensì di fronte a pazienti che abbiano la possibilità di morire entro qualche anno, oppure a pazienti stanchi di curare una malattia cronica, o nei casi che riguardano i malati psichici, i depressi in particolare. Dunque a Noa è stata negata l’eutanasia ma le è stato accordato il permesso di suicidarsi con l’aiuto dei medici, che può essere un aiuto attivo (somministrazione di farmaci che provochino la morte per sedazione) e passivo (somministrazione di sedativi per evitare sofferenze al paziente, senza volerne provocare la morte ma tollerandola come effetto collaterale).

Noa è stata indotta a incarnare una verità che altri hanno confezionato per lei: la malattia mentale – lungi dall’essere una colpa – testimonia l’impossibilità di disporre progettualmente e razionalmente di sé, a maggior ragione quando si è cresciuti in uno Stato che concede la possibilità di gettare la spugna ancor prima di diventare maggiorenni, a maggior ragione quando si è sottomessi a dispositivi tali da mandare in corto circuito la volontà. A diciassette anni e con una personalità borderline non si ha la forza di attuare dei contro-comportamenti per difendersi dall’essere “troppo governati”, per cui non ci si oppone e non si resiste alla violenza di approcci terapeutici che spesso rivelano l’indifferenza verso il malato come Soggetto. Noa è stata sovratrattata o trattata male? La ragazza ha collezionato ricoveri coatti, terapie ambulatoriali, diverse cure farmaceutiche, un periodo di due mesi trascorso in totale isolamento in ospedale psichiatrico, un tentativo di cura con Electroconvulsive Therapy (il vecchio elettroshock, richiesto dalla ragazza). Non sappiamo se e quando Noa abbia assunto farmaci antidepressivi (SSRI) ma è molto probabile che glieli abbiano prescritti. Un’inchiesta della BBC del 2003 e numerosi studi recenti (FDA e MHRA) hanno rilevato un aumento sproporzionato di comportamenti violenti, autolesionismo e mania suicidaria nei pazienti minorenni affetti da depressione e trattati con SSRI. A distruggere la vita di Noa è stata l’assenza di volontà da parte di tutti coloro che si sono occupati di lei di “ripensare” il legame tra tecnica della guarigione, sofferenza e morte. Cose semplici come il senso vitale dell’adattamento o i meccanismi straordinari di autoconservazione di cui ogni individuo è dotato, in questa storia sono andati comletamente perduti. Noa paradossalmente ha percepito la morte come il “male minore”, quella morte gentile così abusata nel suo paese, la morte che si può controllare e dosare. Il suicidio (di Stato) di questa ragazza, considerando tutte le vicende che lo precedono, è la risposta pavloviana a un problema che coinvolge tutto il nostro mondo, tutto l’Occidente.

Se un tempo la morte era un evento naturale, una delle sacre regole immutabili della specie, oggi è un evento clinico nel quale la cura dei medici facilitatori sovrasta quella del morente, che diviene oggetto e non più soggetto.Secondo le statistiche più recenti, nei paesi in cui l’eutanasia è legale, i limiti alla sua applicazione sono diminuiti nel corso degli anni, il numero di cittadini morti di eutanasia è costantemente aumentato, così come il numero di suicidi “illegali”. Sono aumentati anche i casi di estrazioni di organi post-eutanasia per incrementare le donazioni. Dal punto di vista della cosiddetta libertà di scelta i cittadini sono prevalentemente costretti a modificare il loro modo di pensare e di affrontare le malattie e la morte perché subiscono un condizionamento che non è solo mediatico: sono i medici stessi a fare opera di persuasione. Ciò avviene negli Stati Uniti come in Europa. La ragione principale è l’urgenza di abbattere i costi della sanità. Le terapie non finalizzate al raggiungimento di un obiettivo che almeno le giustifichi sono roba da ricchi.

In Olanda, le linee guida diramate dalla Royal Dutch Medical Association prevedono la sedazione terminale nelle ultime due settimane di vita del paziente, quando si sospendono idratazione e alimentazione. Non si capisce come si faccia a stabilire con certezza che un malato abbia davanti a sé solo due settimane. [Nota personale: a mio padre diedero tre mesi di vita e invece ha avuto altri sette piacevoli anni davanti a sé dopo quella sentenza]. Dopo l’entrata in vigore delle suddette linee guida, il numero di persone morte in seguito a sedazione profonda sono molto aumentate di anno in anno. La sedazione terminale, così come l’eutanasia, è considerata una normale prassi medica che spesso viene adottata senza chiedere il consenso al paziente. Sono molti i pazienti psichiatrici anche giovani, soprattutto depressi, che si sottopongono all’eutanasia. La pressione sugli anziani è tale che non di rado essi si trasferiscano in altri paesi per non doversi sentire colpevoli di fronte alla comunità. In Belgio le cose vanno anche peggio: in uno studio pubblicato dal Canadian Medical Association Journal un quinto del personale infermieristico ospedaliero pratica l’eutanasia ai pazienti senza la presenza di un medico, violando la legge. In Belgio oltre il 52% dei casi di eutanasia non viene comunicato alla Commissione Federale di Controllo. Veniamo alla Svizzera, dove dal 1998 al 2012 i suicidi assistiti sono aumentati del 730%, soprattutto a causa delle numerose richieste da ogni Paese. Uno svizzero su cinque sceglie di morire con l’eutanasia, nella sola Zurigo addirittura un cittadino su tre. Succede che il servizio della dolce morte venga elargito anche a chi non avrebbe il “diritto legale” di morire, minori compresi. E’ tale il numero delle richieste che un solo assistente può aiutare a morire fino a 38 persone all’anno, percependo circa 2mila franchi per ogni intervento, anche se la legge vieta il lucro su tali pratiche. La clinica Dignitas guadagna circa 8mila euro per ogni suicidio assistito.

Concludo in bellezza: in un rapporto UE del 2011 redatto da alcuni centri di ricerca per lo sviluppo sostenibile finanziati dalla Commissione Europea (Scenario Storylines Report: Scenarios for a One Planet Economy in Europe) si legge: “L’UE deve ridurre drasticamente la crescita demografica sia in Europa sia, soprattutto, nel resto del mondo. Nel 2015 nei Paesi europei il suicidio volontario o assistito sarà diventato legale; entro il 2020 la maggior parte dei canali di informazione sarà controllata dal governo e utilizzata nel tentativo di indurre nuovi comportamenti sociali.” Ora, che l’estensione della legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito a tutti i Paesi europei non sia ancora avvenuta non importa, quel che importa in questo quadro è il significato attribuibile alla frase “indurre nuovi comportamenti sociali”: le persone malate dovranno imparare a chiedere spontaneamente di essere fatte fuori?

 

 

 

 

(10 giugno 2019)

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