“Perché Mimmo Lucano non è Robin Hood” #milapersiste il blog di Mila Mercadante

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Ogni fatto di cronaca, ogni dibattito e ogni posizione o espressione politica che abbiano a che vedere con il tema dei migranti e dell’accoglienza sembra essere completamente indipendente da qualunque rapporto con la vita reale e con la razionalità. Ormai la questione ha acquisito la prerogativa ideologica dell’assolutezza: il migrante, l’immigrato regolare, l’irregolare, il richiedente asilo e il rifugiato sono feticci linguistici che non descrivono più né gli individui a cui fanno riferimento né la relazione che intercorre tra essi e il contesto sociale. Sparisce del tutto la possibilità di stabilire in maniera oggettiva, franca e lineare un sano legame tra soggetti, esperienze, coscienza collettiva e continuità tra passato, presente e futuro. In luogo di questa possibilità abbiamo davanti a noi informazioni, pareri, leggi e giudizi intercambiabili e mutevoli gestiti da opposti schieramenti come fossero palloni da mandare in porta per vincere una partita.

Il caso Lucano – l’ultimo in ordine di tempo –  è indicativo della nostra irrazionalità. Il sindaco di Riace, vantandosi della propria disobbedienza, prima e più che un eroe buono, è vittima di un conformismo che manca di capacità critica e autocritica. Lucano è riuscito a creare una comunità nella quale si integrano perfettamente il vecchio e il nuovo, il nativo e lo straniero, ed è riuscito ad attirare l’attenzione del mondo suscitando grande entusiasmo. Nello stesso tempo è riuscito a distruggere il suo stesso modello per eccesso di zelo, per aver allegramente scavalcato a piè pari regole e norme giuridiche nel nome della bontà. Il suo è un atteggiamento autoritario. La disobbedienza civile, quando viene esercitata da chi occupa un ruolo politico e svolge un incarico pubblico per conto e in rappresentanza dello Stato, diventa pericolosa e per questa ragione non è accettabile. Lucano non è Robin Hood perché quest’ultimo era un uomo del popolo, un brigante, non un governante. Allo stesso modo, tentare di paragonare il comportamento del sindaco di Riace a qualsiasi altra forma di protesta dal basso (no-Tav, per fare un esempio) è completamente errato.

In pratica – e lo vediamo bene – il sindaco Lucano ha gettato alle ortiche un modello per aver preteso di eludere le regole che riteneva cattive e sbagliate, per aver preso decisioni autonomamente, creando quindi nuove regole che possono essere altrettanto cattive e sbagliate: mi riferisco in particolare all’appalto per la raccolta dei rifiuti affidato a due cooperative locali che non possedevano i requisiti di legge. Evidentemente ha agito così per evitare gare d’appalto che avrebbero forse avvantaggiato ditte facenti capo alle mafie locali, ma il suo è un criterio arbitrario in ogni caso. Se ogni sindaco, ogni assessore, ogni governatore regionale si assumesse l’onore e l’onere di aggirare le leggi per perseguire scopi che ritenesse encomiabili, migliorativi e più sensati, finiremmo col dare la priorità all’economia psicologica dei singoli. Lucano è vittima di se stesso, della posizione di difesa che ha assunto per risolvere in fretta i problemi nel suo comune rifiutando confronti e scontri con la realtà esterna. Questo atteggiamento esprime una forma di estraniazione sociale. Lo stesso vale per l’esaltazione che spinge oltre la metà degli italiani a ritenere quella singola persona esente da ogni giudizio perché salvatore di destini umani. L’irrazionalità esalta l’anima, presuppone una natura umana buona che agisce contro quella cattiva. Scherziamo? Non è con le allucinazioni collettive che si tiene insieme il tessuto culturale e sociale di un paese. Non è affermando e vantando il primato della coscienza individuale che si aiutano gli altri. Lucano – per quanto in buona fede – se ha mancato deve risponderne.

 




 

(3 ottobre 2018)

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