#milapersiste Il Campo

di Mila Mercadante #milapersiste twitter@milapersiste #Coronavirus

 

Non possiamo uscire di casa senza una ragione plausibile, la sera leggiamo i dati sui contagi, sui morti e sui ricoverati e poi usciamo sui balconi e ci mettiamo a cantare. La notte prima di dormire ci chiediamo se la clausura durerà a lungo, se le persone a cui vogliamo bene diventeranno giorno dopo giorno una faccia da skype o un’eco nello smartphone, se ci abitueremo a star separati e se perderemo parte del desiderio di incamminarci per incontrare questo e quello, se il virus dopodomani sparirà per sempre nel nulla da cui è arrivato o se andrà e ritornerà periodicamente fino a che non avremo cure e vaccino, se ci sentiremo ancora per anni dei soggetti a rischio anche dopo la pandemia, se ci risveglieremo tutti ulteriormente impoveriti, i più senza un lavoro, senza più niente su cui contare, e se una volta liberi i posti e gli altri – quelli che facevano parte della vita quotidiana – ci parranno ostici e brutti perché solo a guardarli ci daranno la misura precisa del cammino perduto, proprio come succede ai cani, che non capiscono veramente quanto tempo sono rimasti a catena finché non li si libera.

Tutto questo senza essere né drogati né ubriachi. Ci troviamo coinvolti nel bel mezzo di un esperimento caratterizzato da modalità fortemente autoritarie sapendo che in assenza di cure non c’è alternativa all’isolamento. Ho usato il termine “esperimento” perché del Covid-19 si conosce ancora troppo poco per poter stabilire con certezza in quanto tempo e a che prezzo ci si salverà. Alla fine i morti non saranno stati salvati, i vivi non saranno più quelli di prima, il mondo non sarà più quello di prima.

Con buona pace di chi per legittime preoccupazioni di ordine etico e politico respinge con convinzione l’eccesso di restrizioni, non sono bastati il semplice richiamo alla responsabilità e gli inviti da parte delle istituzioni ad evitare comportamenti dannosi per la collettività: in una società che ha fatto delle disuguaglianze e dell’individualismo i propri paradigmi e che per di più non tutela allo stesso modo la salute di tutti i cittadini, non è possibile applicare di punto in bianco il dettato di John Locke “Nessuno deve arrecare danno ad altri nella vita, nella salute, nella libertà o nei possessi”.

Siamo da tempo abituati al ricorso da parte dei governi all’arbitrio dei decreti d’urgenza, siamo anche consapevoli del fatto che talvolta le norme in essi contenute una volta introdotte rimangono lì a testimoniare che noi tutti si vive in un perenne stato di eccezione. Stavolta siamo stati privati della libertà personale: tentare di esercitarla diventa un reato. Ciò è talmente paradossale da mostrarci con chiarezza assoluta l’impotenza della democrazia alle prese con la politica statuale, con un potere che coincide con la vita biologica e che per dirla con Foucault “ha nella popolazione il bersaglio principale, nell’economia politica la forma privilegiata di sapere e nei dispositivi di sicurezza lo strumento tecnico essenziale”. Il cittadino, teoricamente incluso e spronato a partecipare attivamente ed emotivamente, viene di fatto escluso e catturato. L’equivoco sulla docilità con cui abbiamo dato il nostro assenso è determinato dalla paura di ammalarci e di nuocere ai nostri cari.

Le interdizioni di solito provocano un’impennata delle trasgressioni. E’ presto per capire se la disobbedienza rimarrà gestibile o prenderà il sopravvento. Ciò che bisogna ammettere è il cambio veloce di paradigma: la disobbedienza verso il potere stavolta è percepita essenzialmente come un danno a se stessi, assume un significato diverso e piuttosto che civile diventa incivile. Per quanto evocato in queste settimane, salta il binomio obbedienza/rivolta: ciò ha dell’incredibile. Il controllo dell’altro che rappresenta potenzialmente il pericolo viene esercitato di buon grado anche dagli stessi cittadini. La delazione non è certo un fenomeno nuovo ma ci troviamo per la prima volta a fare i conti con una forma di coscienza sociale che ha un aspetto sinistro: per salvare il prossimo è necessario tenerlo a distanza, denunciarlo se trasgredisce, osservarlo e segnalarlo se tossisce. In questo momento affermare che il mondo è un immenso Panopticon non è più una metafora. Non solo: se fino alla fine del 2019 il concetto filosofico di “campo” come spazio politico e sociale era circoscritto (pensiamo al campo profughi), adesso si fa iper realtà per tutti: il campo ha sostituito la città, la distinzione dentro/fuori svanisce, la casa è il campo.

Torna alla mente anche una mitica figura foto-cinematografica, ancora un’altra metafora: lo zombie. In un libretto un po’ scontato di qualche anno fa (Zombie outbreak), il filosofo Rocco Ronchi analizzava la figura dello zombie politico sovrapponendola ovviamente a quella del migrante, il quale essendo povero e pure diverso rappresenta il massimo della minaccia all’ordine prestabilito. Contrastare l’arrivo degli zombie/stranieri fino a qualche mese fa sembrava in effetti soddisfare l’esigenza di proteggersi da una molteplicità indefinita e disordinata. Quel libretto è invecchiato di colpo: ora gli zombie siamo noi, noi incarniamo il contagio.

 

(22 marzo 2020)

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