“Migranti: il piccolo debito è il motore di tutto”, #milapersiste: il blog

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di Mila Mercadante #milapersiste twitter@milapersiste #gaiaitaliacomnotizie

 

 

In questo momento non vi è un solo Paese europeo disposto ad aprire le frontiere ai disperati costretti a partire dalla loro terra. Sono tutti chiusi come ostriche, offrono asilo solo ai rifugiati di guerra e lo fanno in ogni caso col contagocce, se gli torna utile, accorciando la lista dei Paesi considerati a rischio per chi ci vive. Un esempio? Ai tibetani sono state chiuse le porte in faccia perché altrimenti la Cina s’incazza, e la Cina non si deve incazzare.

Si parla di “emergenza migranti” mentendo: le emergenze durano poco, altrimenti non si chiamerebbero emergenze. Le migrazioni avvengono da anni e non si arresteranno più. Una delle cause principali dell’incremento esponenziale di queste migrazioni cosiddette economiche o climatiche – soprattutto dall’Africa subsahariana e ormai pochissimo da territori di guerra come Siria, Afghanistan o Iraq – è il microcredito, che si serve della povertà per prosperare. Vi è un legame strettissimo tra il microcredito e le partenze in massa. Il mercato sfrutta quelle povere anime in pena per farne forza lavoro a bassissimo costo e presta loro denaro per speculare. Come funziona la faccenda del microcredito? Semplice: FMI e Banca Mondiale, attraverso vincoli di austerità imposti ai paesi sottosviluppati o in crisi, creano un numero sempre crescente di individui indigenti, disoccupati e indebitati. Questi individui costituiscono l’esplosivo da immettere nel cannone del business. Essi vengono indotti a chiedere prestiti per emigrare.

Vi sono abilissime agenzie specializzate per finanziare lavoratori sottopagati e per disoccupati, come Brac, che è – guarda caso – una Ong! Essa svolge il suo compito in Asia (la Cambogia rappresenta un caso eclatante) e in Africa. Dietro la facciata umanitaria c’è il capitale, c’è appunto il business. Accettare il microcredito per poter partire significa indebitarsi sempre di più, fino a diventare insolventi. Per le banche milioni di insolventi non sono un problema, anzi, è un affare quasi a rischio zero, tutto finisce nella cartolarizzazione, vale a dire nei cosiddetti derivati, e nella rete del recupero crediti. I poveri debitori invece devono emigrare per lavorare e per tentare di pagare i debiti contratti. Questi debiti quasi sempre vengono pagati per tutta la vita da chi un lavoro l’ha trovato e non vengono pagati affatto dai disoccupati che diventano insolventi. Nelle banche africane entrano anche i depositi che i lavoratori immigrati versano periodicamente per il futuro e per il sostentamento delle famiglie d’origine. Questo insieme di denaro che circola lasciando sostanzialmente poveri i poveri, serve a farci capire quanto essi siano indispensabili al mercato dei capitali. Su di loro si costruiscono cattedrali di denaro: costano pochissimo nel mercato del lavoro e rendono molto alle multinazionali finanziarie. Basta saperli sfruttare, fottendo loro con la favoletta del sogno occidentale – e fottendo noi con la favoletta della bontà.

“Nel marzo 2011 la Banca africana per lo sviluppo e la Banca mondiale hanno lanciato una relazione intitolata “Leveraging Migration for Africa: Remittances, skills and investments”.  Da questa relazione emerge l’importanza fondamentale delle migrazioni per lo sviluppo e l’arricchimento delle banche africane. “Gli afflussi di rimesse in Africa sono stati stimati intorno ai 37 miliardi di dollari nel 2010, segnando un salto significativo da meno di 10 miliardi nel 1995”.  Più persone emigrano, più debitori si creano attraverso il microcredito, più i capitali si accrescono. In effetti il migrante rappresenta oggi uno dei comparti sociali più finanziarizzati, ed è ben strano che persone appartenenti a Paesi economicamente sottosviluppati fruiscano di servizi finanziari agili e “moderni”. E’ il debito, anche il piccolo debito, il motore di tutto. E’ il debito che schiavizza gli esseri umani. E’ sempre il debito che sottomette gli Stati, ma questo è un altro discorso.

“L’intreccio tra microcredito ed emigrazione è uno di quei segreti di Pulcinella su cui tutti i media rigorosamente tacciono, dato che non si devono disturbare certi interessi finanziari legati alla mobilità internazionale dei capitali”.

Soltanto nel 2010 l’afflusso di rimesse ha fruttato alle banche africane 37 miliardi di dollari. Che cosa si dovrebbe assolutamente fare per salvare realmente tutti questi migranti e per far diminuire drasticamente le partenze? Oltre a smetterla di depredare i loro Paesi, di alimentare guerre e di far combutta con sanguinari dittatori, basterebbe semplicemente che i governi acquisissero i debiti contratti coi microcrediti e rendessero liberi i debitori.

Per finire è significativo citare un caso, quello di Erik Prince, erede di una famiglia statunitense multimilionaria e fondatore della Blackwater, una aggressiva organizzazione militare privata a supporto degli USA. Prince ha liquidato questa sua creatura per crearne un’altra: la Frontier Services Group, una società che è perfetta per gestire il (mostruosamente) redditizio affare migranti. Offre protezione delle frontiere e dei trasporti ai vari governi, all’ONU e alle Ong. Gli acutissimi fiutatori d’affari come Prince sanno come muoversi e perché. Altro che il traffico di droga, una diaspora come quella a cui assistiamo vale molto di più.

Vi invitiamo anche a leggere

LE ONG NEL BUSINESS DEL MICROCREDITO AI MIGRANTI

 

 

 





 

(27 luglio 2018)

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